Crema solare su una lastra di vetro accanto a una sorgente UV e a una fiala ambrata in laboratorio.
La voce della Founder

Bemotrizinolo: negli USA è nuovo, in Europa lo usiamo da anni

Elisa Avalledi Elisa Avalle , founder di LeLang

6 min di lettura

Il 9 giugno la Food and Drug Administration ha ammesso un nuovo filtro solare nei prodotti da banco americani. L'ordine è entrato in vigore il 9 agosto. È il primo filtro nuovo autorizzato negli Stati Uniti dalla fine degli anni Novanta.

Negli Stati Uniti è una notizia nazionale. In Europa quel filtro è ammesso da anni, e noi lo usiamo già.

Si chiama bemotrizinolo. Sull'etichetta lo leggi come Bis-Ethylhexyloxyphenol Methoxyphenyl Triazine. Se hai in casa il nostro monodose SPF 50, ce l'hai già in mano: è il secondo filtro dell'INCI. La stessa molecola può essere contemporaneamente una novità e una tecnologia consolidata: dipende soltanto dal Paese in cui si compra il solare.

Immagine di copertina generata con il supporto dell'intelligenza artificiale.

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Elisa Avalle, fondatrice e CEO di LeLang Skin Care

Elisa Avalle · Founder e specialista in dermocosmetica

La cosmetica è anche geografia normativa. Il consumatore vede una crema; dietro ci sono liste di sostanze ammesse, dossier e sistemi che non procedono alla stessa velocità.

Che cos'è il bemotrizinolo

È un filtro organico ad ampio spettro: assorbe sia gli UVB sia gli UVA, e li dissipa. Due caratteristiche lo rendono interessante per chi formula.

La prima è la fotostabilità: regge bene l'esposizione alla luce senza degradarsi in fretta, e può contribuire a stabilizzare altri filtri presenti nella stessa formula. La seconda è la dimensione della molecola, più grande rispetto ad altri filtri organici più noti: penetra poco nella pelle, e quindi l'assorbimento sistemico è basso. È esattamente il punto su cui negli ultimi anni si sono concentrate le preoccupazioni americane riguardo ad altri filtri.

Detto questo, e lo dico da fondatrice di un marchio che i solari li sviluppa: nessun singolo filtro rende buono un solare. La protezione dipende dalla miscela completa, dalle concentrazioni, da come il prodotto si distribuisce sulla pelle e dai test sul prodotto finito. Un ingrediente moderno in una formula mediocre resta una formula mediocre.

Perché negli Stati Uniti ci sono voluti venticinque anni

La differenza non è scientifica, è di classificazione.

Negli Stati Uniti i solari sono farmaci da banco. Un filtro nuovo deve entrare in una monografia della FDA, con un percorso lungo e formale. In Europa i solari sono cosmetici, sottoposti a una lista positiva di filtri ammessi e a valutazione di sicurezza. È un sistema diverso, non più permissivo, ma capace di aggiornarsi con altri tempi.

Il risultato è quello che negli Stati Uniti chiamano sunscreen gap: per anni i consumatori americani hanno comprato solari europei o asiatici online per avere texture e copertura UVA che a casa loro non trovavano. Questa autorizzazione dimostra che il sistema può muoversi. Non significa che tutti i filtri europei diventino disponibili in America: ne è passato uno, dopo un percorso partito nel 2024.

Sei per cento contro dieci: perché i numeri non coincidono

La FDA ammette il bemotrizinolo fino al 6%, con condizioni precise: il prodotto finito deve garantire almeno SPF 2, sono definite le forme cosmetiche ammesse e le combinazioni possibili con altri filtri, ed è considerato sicuro ed efficace per adulti e bambini dai sei mesi in su.

L'Unione europea lo consente fino al 10%, nell'Allegato VI del regolamento cosmetico.

Questa differenza fa gridare regolarmente allo scandalo, in entrambe le direzioni. Non è una contraddizione scientifica: autorità diverse valutano dossier diversi, presentati per usi diversi, dentro quadri normativi diversi. Il limite non è la soglia oltre la quale una sostanza diventa pericolosa: è il tetto per cui è stata chiesta e ottenuta l'autorizzazione, in quel sistema. Chi usa queste differenze per sostenere che un continente sia più sicuro dell'altro sta raccontando una storia, non leggendo una norma.

No, non è il momento di dire « filtro chimico »

So già come verrà raccontata questa notizia in una parte dei contenuti social: un nuovo filtro chimico approvato negli Stati Uniti, mentre i filtri minerali restano la scelta naturale.

La divisione fra minerali e chimici è comoda per spiegare, ma diventa fuorviante quando si trasforma in una scala di rischio. Anche l'ossido di zinco e il biossido di titanio sono sostanze chimiche. "Chimico" non è una categoria di pericolosità, è una descrizione di come la molecola lavora: qui si assorbe l'energia UV e la si dissipa, là la si riflette e la si assorbe in parte.

Le domande utili sono altre: il filtro è autorizzato nelle condizioni d'uso previste? Che spettro copre? Quanto è fotostabile? Come si comporta nella formula completa? Ne ho scritto per esteso quando ho parlato della paura della chimica arrivata alle creme solari, e nella scheda sui filtri chimici e fisici.

Cosa è dimostrato e cosa no

È dimostrato che il bemotrizinolo assorbe UVA e UVB, che è fotostabile, che penetra poco e che può essere impiegato come filtro nelle condizioni previste. La FDA lo considera generalmente riconosciuto come sicuro ed efficace quando il prodotto rispetta la monografia aggiornata.

Non è dimostrato, invece, che ogni prodotto che lo contiene protegga meglio di qualunque formula che non lo contiene. Un solare ben costruito con altri filtri può offrire una protezione eccellente. E un solare con l'ingrediente più moderno del mondo deve comunque superare gli stessi test di tutti gli altri.

La mia lettura

Questa notizia mi interessa per una ragione che con l'America c'entra poco.

Il bemotrizinolo non è una bacchetta magica: è uno strumento in più per chi formula. E nella fotoprotezione avere più strumenti ben valutati conta molto, perché permette di costruire prodotti che non solo proteggono, ma che si ha voglia di applicare.

È la parte che viene spesso sottovalutata. La piacevolezza non è un vezzo, è una variabile di efficacia. Un solare che lascia il viso bianco, unto o appiccicoso viene applicato in quantità insufficiente, o non viene riapplicato, o non viene messo affatto. A quel punto l'SPF stampato sulla confezione è un numero teorico. È il motivo per cui abbiamo lavorato sul formato prima ancora che sulla formula: il monodose tascabile nasce da questo, dal problema del solare che non hai con te nel momento in cui ti servirebbe.

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Quello che per gli Stati Uniti è il primo filtro nuovo dopo venticinque anni, per noi è una presenza nota da tempo. Non significa che un continente sia sempre più avanti dell'altro. Significa che le regole seguono percorsi diversi, e che l'innovazione può arrivare al consumatore con decenni di scarto.

La cosa interessante da osservare adesso è un'altra: se questo passaggio aprirà la strada agli altri filtri già in uso nel resto del mondo, o se resterà un caso isolato.

Se ti interessa il lato pratico invece di quello normativo, la guida su come scegliere una protezione solare per il viso risponde alle domande che ricevo più spesso.

Elisa Avalle, fondatrice e CEO di LeLang Skin Care

Elisa Avalle è la fondatrice di LeLang Skin Care, specializzata in dermocosmetica all'Universitat de Barcelona. Ha fondato il brand nelle Langhe, per la farmacia e la parafarmacia italiana.

Le fonti di questo articolo

01   Food and Drug Administration, ordine amministrativo finale OTC000039, « Amending Over-the-Counter Monograph M020: Sunscreen Drug Products », 9 giugno 2026; pubblicazione nel Federal Register del 10 giugno 2026; entrata in vigore 9 agosto 2026
02   Regolamento (CE) n. 1223/2009 sui prodotti cosmetici, Allegato VI, elenco dei filtri UV ammessi
03   Regolamento (UE) n. 655/2013, criteri comuni per le dichiarazioni sui prodotti cosmetici

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