Lo squalano è parente strettissimo di una molecola che il nostro corpo produce da solo: nel sebo umano c'è lo squalene, quasi identico, e per decenni l'industria l'ha ricavato dal fegato degli squali di profondità. Oggi lo si ottiene da olive, da amaranto, e sempre più spesso facendo fermentare zuccheri di canna con lieviti selezionati.
La via biotecnologica è la migliore delle tre, e lo dico senza esitazioni. Ma non perché faccia qualcosa di diverso sulla tua pelle: la molecola finale è la stessa. È migliore per una questione di catena di fornitura, di purezza costante e di squali. Sono ragioni serie. Semplicemente non sono ragioni cosmetiche, e venderle come tali confonde le persone.
Immagine di copertina generata con il supporto dell'intelligenza artificiale.
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Elisa Avalle · Founder e specialista in dermocosmetica
Fino a dieci anni fa scrivere "prodotto per fermentazione" su una confezione era un problema di marketing. Oggi è un argomento di vendita. La molecola, nel frattempo, non è cambiata.
Langhe, 28 ottobre 2026
Squalene e squalano non sono la stessa parola
La differenza è di una lettera e cambia tutto. Lo squalene è la forma insatura: ha dei doppi legami, ed è quella che il nostro organismo produce e che ritroviamo nel sebo. Lo squalano è la stessa molecola dopo un processo di idrogenazione che elimina quei doppi legami.
Perché lo si fa? Perché i doppi legami sono il punto in cui una molecola si ossida. Lo squalene irrancidisce in fretta e non sarebbe utilizzabile in una crema che deve restare stabile per trenta mesi. Lo squalano, saturo, è praticamente inattaccabile dall'ossigeno.
E questo apre una parentesi che riguarda la pelle grassa
Lo squalene del nostro sebo si ossida davvero, sulla nostra faccia, soprattutto sotto la radiazione UV. I prodotti di quell'ossidazione sono studiati da tempo per il loro ruolo nella formazione dei comedoni e nell'infiammazione follicolare: non è il sebo in sé il problema, è il sebo ossidato.
È un dettaglio che ribalta un'intuizione diffusa. Chi ha la pelle grassa tende a combattere la quantità di sebo con detergenti sempre più aggressivi, rischiando una barriera danneggiata e una produzione che riparte peggio di prima. La variabile più interessante, invece, è in che stato quel sebo si trova.
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Sulla stessa logica ha senso un antiossidante applicato al mattino, sotto la protezione solare: non per "asciugare" niente, ma per ridurre lo stress ossidativo a cui la superficie cutanea è esposta durante la giornata.
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«La provenienza di un ingrediente racconta chi sei come azienda. Non racconta cosa succederà sulla faccia di chi lo compra.»
Le tre origini, e cosa cambia davvero
Squalo
È la fonte storica, ricavata dal fegato di specie di profondità particolarmente ricche di questo lipide. Sono animali che si riproducono lentamente e che vivono in acque difficili da controllare. Il problema più concreto, oggi, non è nemmeno la presenza dichiarata: è la tracciabilità lungo catene di fornitura lunghe, in cui la materia prima passa per diversi intermediari prima di arrivare a chi formula.
Vegetale
Il più diffuso in Europa si ricava dalla lavorazione dell'olio d'oliva, in particolare dai sottoprodotti della raffinazione. È una buona soluzione, con un limite pratico: dipende da un raccolto. Annata, resa e qualità oscillano, e il grado di purezza finale può variare da lotto a lotto.
Da fermentazione
Si parte da zuccheri, tipicamente di canna, che vengono fatti fermentare da lieviti selezionati fino a ottenere un precursore, poi idrogenato a squalano. Il vantaggio è tutto industriale ed è reale: purezza molto alta e costante, indipendenza dalle stagioni, nessun animale coinvolto, e una catena corta e verificabile.
Su una pelle, ripeto, il risultato è lo stesso: un emolliente leggero, ben tollerato, che si distribuisce senza untuosità e sostiene la barriera cutanea. Se leggi che lo squalano da zucchero idrata di più, quella frase descrive il processo produttivo, non la tua pelle.
Il paradosso che mi interessa
C'è una cosa che trovo istruttiva in questa storia. Lo squalano da fermentazione è l'ingrediente più tecnologico dei tre: coinvolge microrganismi selezionati, bioreattori, idrogenazione catalitica. Dieci anni fa una filiera così sarebbe stata nascosta, perché il pubblico associava "laboratorio" a "sospetto".
Oggi è esattamente il contrario: la fermentazione viene messa in prima pagina, mentre l'estratto vegetale ha smesso di essere di per sé una garanzia. È un cambiamento che mi fa piacere, perché va nella direzione giusta. Ma è avvenuto per motivi narrativi, non perché le persone abbiano improvvisamente capito la chimica, ed è il rovescio esatto della chemofobia di cui ho scritto in estate.
Una preferenza costruita su una storia si smonta con un'altra storia. Solo quella costruita su un criterio resta.
Cosa guardo io quando scelgo una fonte
Nel mio lavoro la provenienza di una materia prima pesa parecchio, ma per domande diverse da quelle che circolano nei contenuti divulgativi.
- Il grado di purezza è dichiarato e costante fra i lotti? È la variabile che decide se la crema di gennaio sarà uguale a quella di luglio.
- La filiera è verificabile, o si ferma a un intermediario che garantisce a parole?
- Ci sono residui del processo o della fonte di partenza che possono avere rilevanza su una pelle reattiva?
- La disponibilità regge nel tempo? Riformulare un prodotto perché una materia prima è sparita è il modo più rapido per perdere la fiducia di chi ci si era trovata bene.
È lo stesso ragionamento che ho descritto in come scelgo gli attivi: la domanda non è mai se un ingrediente sia buono in astratto.
Come leggerlo in etichetta
In INCI compare come Squalane, e l'INCI da solo non dice da dove venga: la molecola è identica, quindi il nome è identico. La fonte, se c'è, sta nella descrizione del prodotto o nella comunicazione dell'azienda.
Quello che puoi legittimamente chiedere è che sia dichiarata. Un'azienda che ha scelto una filiera vegetale o fermentativa non ha nessun motivo per tacerlo, ed è per questo che vale la pena chiederlo.
Se vuoi verificarlo senza passare un pomeriggio a confrontare siti, nelle farmacie e parafarmacie che distribuiscono LeLang puoi farti leggere l'INCI di quello che stai già usando insieme a qualcuno che sa distinguere un'informazione tecnica da un argomento di vendita. È il tipo di domanda che al banco si risolve in due minuti.
Cosa penso davvero
Che sia una buona notizia e che vada raccontata per quello che è. Abbiamo trovato un modo di produrre un ottimo emolliente senza pescare squali di profondità e senza dipendere da un raccolto: è un progresso vero, di quelli che nella cosmetica non capitano tutti gli anni.
Non aveva bisogno di essere gonfiato con una promessa di prestazione superiore. Perché quando la promessa non si verifica (e non si verifica, dato che la molecola è la stessa) chi ha comprato non conclude "il marketing ha esagerato". Conclude che l'ingrediente non funziona. E così una scelta industriale giusta finisce per pagare il conto di una frase sbagliata.

Elisa Avalle è la fondatrice di LeLang Skin Care, specializzata in dermocosmetica all'Universitat de Barcelona. Ha fondato il brand nelle Langhe, per la farmacia e la parafarmacia italiana.
Le fonti di questo articolo
01 Nomenclatura INCI: Squalane, denominazione unica indipendente dalla fonte di origine
02 Regolamento (CE) n. 1223/2009 sui prodotti cosmetici
03 Regolamento (UE) n. 655/2013 sui criteri comuni per le dichiarazioni relative ai prodotti cosmetici
04 Letteratura dermatologica sul ruolo dei prodotti di ossidazione dello squalene sebaceo nella formazione dei comedoni
05 Osservazioni raccolte nelle consulenze skincare condotte dall'autrice
Sul sito: la chemofobia · come scelgo gli attivi · la barriera cutanea · la guida agli ingredienti cosmetici

